Mi chiamo Florian, sono linkato e cablato,
sono un vettore d'informazioni che, malgrado me, si diffondono in ogni singolo atomo riconvertito che mi pulsa
attorno.
Il primo ciclo narrativo di
Florian
dell'Impero si è concluso. Per gentile concessione di Sandro Battisti, aka Zoon, vi presentiamo in questo approfondimento
speciale l’estratto, in versione integrale, del romanzo omonimo da cui sono state tratte sinora le sceneggiature per la
realizzazione delle strisce di Florian. Le parole di Sandro Battisti sono arricchite dagli studi originali del mondo di
Florian realizzati Fabrizio Ricci, aka Lazarus, l'autore dei disegni delle 27 tavole che sinora compongono la trasposizione a
fumetti di Florian.
A corredo di questo speciale, vi segnaliamo dal nostro archivio notizie anche questa
intervista ai due autori.
Il romanzo completo lo potete trovare in versione gratuita e disponibile al download su:
http://cybergoth.splinder.com
http://www.next-station.org
Per saperne di più sul disegnatore Lazarus e sulla sua attività artistica potete collegarvi al suo sito ufficiale:
il trono dei pazzi.
Tutte le strip di Florian le potete leggere collegandovi al nostro
archivio strip.
Florian dell'Impero a fumetti è inoltre disponibile anche in volume scrivendo a shop@cagliostroepress.com (spese di
spedizione incluse nel prezzo) oppure ordinandolo nelle migliori fumetterie italiane.
FLORIAN DELL'IMPERO
Testi: Sandro Battisti (Zoon) + Piero Viola
Disegni: Fabrizio Ricci (Lazarus)
(Collana Download - fuori collana)
48 pagine – brossurato – B/N – copertine a colori con alette – 22cm per 16cm
6 euro
Immaginate un Impero che si estenda non solo nello spazio ma anche sul tempo, migliaia di pianeti colonizzati dall'uomo e
amministrati da forme superiori di coscienza responsabili dell'evoluzione stessa della stirpe umana. Immaginate un
pellegrino, vagabondo nelle sconfinate lande psichiche di questo scenario vertiginoso: un postumano dalle capacità fisiche e
neurali estese grazie ad appropriate espansioni tecnologiche. Questo e molto altro ancora è Florian, cittadino di questo
futuro Impero nato dalla fantasia di Sandro Battisti, in arte Zoon, membro fondatore del Connettivismo. E "connettivo" è il
mondo futuro di Florian, dove gli ultimi esponenti di una specie che ha conquistato le stelle sono ancora alla ricerca di un
modo per dominare lo spazio interiore delle loro emozioni e dei loro istinti, retaggio di un precedente stadio evolutivo. Se
pensavate di sapere tutto sui cyborg e il postumanesimo, Florian stravolgerà ogni vostra certezza del futuro.
Florian è la striscia di fantascienza apparsa con successo su cagliostroepress.com negli ultimi mesi, scritta su soggetti di
Sandro Battisti aka Zoon (Next, SuperNovaExpress) adattata a fumetti da Piero Viola (Gli Albi di Occidente, EON, Kiss Kiss!
Bang Bang!) e resa in immagini dal talento visionario di Fabrizio Ricci aka Lazarus.
FLORIAN DELL'IMPERO
Ipotesi di morte
assunto di esistenza
deviata e la
notte intera sembra
soltanto un po’ diversa
un bisogno di pensare, caldo mentale.
Ogni voce è sopita, andata, solo sono sordo
il prequel del sogno ha architettura accattivante
è verosimile
spalancati ogni socket,
io in ascolto per la
marea che sarà.
Contatto. La parola prende forme esoteriche nel pronunciarsi.
Un groviglio d’immagini olografiche dai colori decisi, dai guizzi rapidi, si colloca esattamente tra il mio lobo temporale
sinistro e la corteccia cerebrale di derivazione nativa - un desueto esperimento d’ingegneria genetica atto a risolvere il
problema dei dolorosi innesti craniali.
Contatto avvenuto. Lampeggia insistentemente, con toni violenti, il cursore visivo nella mia camera standard, uno dei tanti
oggetti bioelettronici che possiedo intimamente. È una sorta di meter che misura la mia dipendenza fisica al mondo. Ogni
volta mi disgusta constatare quanto io sia legato fortemente ai bisogni fisici, a questo stato perenne di connessione
multipla, illimitata, ipertestuale dilungata nell’infinito ripetersi informativo. Sono linkato, cablato, un vettore
d’informazioni che, malgrado me, si diffondono in ogni singolo atomo riconvertito.
Tramite il contatto ho richiesto banali stati d’esistenza della mia sindrome monocromatica, in via di guarigione. Guardo
fuori di me. Per un istante solo.
Sento la vertigine prendermi. Un’obliquità gratuita sembra fuoriuscire dal terreno e lanciarsi anche verso me. In breve, ogni
singulto vitale nel mio immediato circondario, dentro di me, si affievolisce come se un forte vento soffiasse violento. Non è
vento. Non è nulla d’organico. È calore psichico nocivo, qualcosa di molto letale.
Un coro di voci prende rapidamente forma o meglio, si spalma addosso alla mia psiche con fare untuoso; cado in un torpore
vigile, ma qualcosa mi trattiene ancora nel mondo fisico, nel digitale: sono le molecole da innesto, presenti sotto la
corteccia cerebrale, che lavorano a ritmi forsennati per riequilibrare il corretto apporto d’aminoacidi nell’organismo.
Sono strattonato violentemente.
Cado.

Poi la vertigine scompare. Così com’era venuta. Il cielo riprende le tinte usuali, uno scenario standard di desideri e
speranze, di sconfinate moltitudini postumane e sacche di resistenza umana. Una babele indescrivibile, fetida, bastarda. Un
continuo rimescolamento di razze, DNA e costumi istintivi degno di una colonia penale da basso spazio.
È lo sconfinato territorio imperiale. Grande quanto nemmeno una mente geneticamente alterata riesce a concepire. Dicono sia
impossibile scoprire tutta l’estensione di questo Stato in una vita sola. Assicurano che l’imperatore sia, in realtà –
bizzarro l’uso del concetto di realtà - un cadavere disfatto. Alcuni sostengono che esistono più imperatori, mentre altri
giurano che sia sempre lo stesso, cristallizzato da infinite sequenze lunghe centinaia d’anni.
d’ingerealizzato in proprio sintetizzando le proprietà riflettenti e resistenti dell’ovatta di cellulosa. Continuando a
camminare fisso, memorizzando in aree cerebrali di comodo, le immagini da loro trasmesse.
Dopo averne immagazzinate quattro o cinque, l’elaborazione in background può produrre i primi risultati. Il discorso
riprodotto è frammentato, ma punta ad essere unitario come un puzzle, come un aggregato vegetale di dicotomia che indirizza
verso rappresentazioni di spiritualismi pagani; entità soprannaturali sembrano abitare da sempre, o meglio, possedere da
tempo immemore i posti chiave delle forme naturali circostanti. Così è per gli alberi, per i corsi d’acqua, per i campi
coltivati, per le desolate vette montane e le altrettanto solitarie distese di sabbia desertica. Sono entità che sprigionano
da quei luoghi tutte le potenzialità energetiche possibili, dalle positive a quelle totalmente buie, tetre e malvagie.
Sono colpito dai messaggi trasversali che si liberano dai flutti oscuri. Sono costretto a girarmi verso di loro un momento
prima che arrivino, al mio livello cognitivo, le loro rappresentazioni d’abisso, come se dovessi dargli quella che vorrei
fosse una rapida occhiata e che si trasforma poi, violentando la mia volontà, in una discesa eterna verso il baratro, verso
la bruttura dei riti da bassa sapienza.
Non è un solo set di frame che mi colpisce. Ad ondate successive, sempre più incalzanti, altre stringhe d’immagini malevole
colpiscono la mia fantasia e mi trovo costretto a seguirle, come riflessi di specchi al sole che indicano il percorso.
Smaltire i messaggi è difficoltoso e anche un po’ doloroso. Doloroso perché quando lascio decantare le angosce che ho
interpretato è come se qualcosa dentro di me non mi abbandonasse più. Uno stillicidio.
È un perdermi piano piano che aumenta in modalità esponenziale.
Questa foresta è un danno per la mia volontà che viene menomata, disfatta come un reticolo cristallino di ghiaccio al sole.
Prima di provare altri gradi di disagio smisurato guardo la mia guida, e con un attimo di paura di troppo la sento soffrire,
ispezionare, indugiare per istanti in eccesso tra gli schermi che mostrano fatiche tra i campi di lavoro, istanti di vita
arcaica consumata in un dispendio sovrumano di lavoro, di dolore. Ricordi arcaici, d’esistenze precedenti, d’incontri di
livelli energetici su cui si vivono due vite diverse. Tre vite diverse. Il presente.
Il futuro.
Il passato.
Un infinito brodo primordiale in cui tutti anneghiamo.

Ascolto le onde psichiche del traghettatore.
Sofferenza. Brusio da disordine. Entropia tendente verso il livello critico. Agenti di un nuovo livello prigoginico in
fermento termico, come un’ebollizione vicina alla sua dichiarazione.
Dichiarazione.
L’istante emotivo mi ricorda istintivamente le tecniche d’antica programmazione: dichiarazione di variabili, d’archivi, di
stringhe di memoria atte a conservare temporaneamente lotti di dati - eventi caratteriali.
Mi vedo affondare in un dedalo di strade algoritmiche delimitate da paracarri logici; la destrutturazione dei problemi fa sì
che ogni singola idea appaia come una stringa relativamente lunga di semplici bit. Ridurre il problema significa vederlo
sotto un’ottica diversa, più semplice. Significa riconoscerlo per quello che è solo più tardi, quando la soluzione ne avrà
snaturato completamente il suo significato.
Guardo di nuovo il traghettatore. La sua difficoltà si tramuta in disagio fisico, sembra abbia un attacco d’asma e
d’improvvisa allergia. Soffre, probabilmente, di uno shock anafilattico, forse i déja vu gli hanno procurato dolori intensi,
gli hanno ricordato qualcosa che non doveva.
Ma, allora, perché siamo in questa selva? Perché abbiamo abbassato gli schermi di difesa psichica, subendo questo spregevole
attacco?
La preponderanza della mia domanda diventa dirompente. Riesco a rompere la sequenza di disagio destrutturandolo, non
comprendendolo ma lasciando andare come aree di flush dinamico e indipendente.
Mi avvicino alla guida. Gli poggio di nuovo una mano sulla spalla. Il continuo evitare fusti, rami e arbusti disorienta anche
i sistemi di navigazione autoctoni. Inserisco di nuovo il cavetto in me, in lui.
Oltre i ripetuti messaggi d’autenticazione dei protocolli e di benvenuto, chiedo alle interfacce esperte se devo predisporre
nuovi cluster di copertura; la risposta arriva con un tale lag che comprendo di dovermi preoccupare sul serio della sanità
mentale del mio interlocutore. Gli suggerisco le mie stesse tecniche di decompressione psichica indicandogli le coordinate
logiche per costruire stringhe d’interpretazione rapida. Lo vedo apprezzare il mio suggerimento.
Lui cammina più lesto, come se la coltre di paranoia si stesse diradando lentamente.
Aspetto ancora qualche istante, penso di osservare i suoi colori mentali come rivelatori dello stato d’angoscia. I miei
percettori sono in un’esaltazione tale da far lavorare al 98% ogni mia protesi da innesto.
Il traghettatore è sollevato, finalmente. Mi guarda affaticato. Una clessidra si materializza nel nostro visore condiviso.
Sta prendendo tempo e forze perché ha capito che gli voglio parlare.
Ma non ha più tempo.
Il suo corpo è percorso da un momento torcente; il volto è attraversato da ghigni di dolore puro, assoluto, e tutto dura meno
di un attimo. L’istante successivo egli è a terra, irrigidito in una posizione d’assoluta innaturalezza. È morto…
Mi avvicino. Lo tocco. È morto. Ancora caldo ma morto, il suo cuore non batte più. Anche i suoi parametri vitali, che
filtrano come proprietà aggiuntive nel nostro collegamento, indicano la sua estinzione.
La connessione con lui è ancora attiva e posso ripercorrere nei miei archivi temporanei la sequenza degli ultimi suoi
secondi. Colori accesi, ma dal panico. Una ciclicità assolutamente sgradevole di tinte forti, dal rosa al viola, alternati
secondo un codice di criptazione che mi è chiaro; la guida sperimentava la consapevolezza finale, il flusso vitale gli si
andava stringendo in gola, mentre il cuore schiantava con un rumore sordo dentro le sue orecchie.
La paura di un momento interminabile, in cui qualsiasi tua azione precedente assume il peso d’anni.
Il nulla assoluto di una vita spesa alla ricerca di certezze materialiste si risolveva in vecchi messaggi DNS di mancata
risposta. Egli era morto tentando disperatamente, con le sue ultime forze, di afferrare le conclusioni di una vita che,
inevitabilmente, cercava; morendo, si accorgeva di avere perso soltanto tempo e sensibilità. Credo di aver visto un’ombra di
stizza nei suoi ultimissimi transiti elettrici cerebrali. Profonda. Stacco la connessione.
Saturazione.
Deterioramento della mia lucidità. Ora che mi servirebbe, invece, un’esaltazione. Mi stacco dal corpo della guida, lo osservo
dall’alto e cerco di decidere cosa fare di lui, cosa fare di me.
Scruto i suoi vestiti e noto che indossa comodi abiti dotati di multitasche a scomparsa, ricchi d’attacchi adatti ad ogni
tipo di protesi. Sono vestiti intelligenti, gestibili per ogni eventualità, ed a lui non servono più. In breve mi tolgo i
miei mettendomi i suoi. Mi prendo la briga di rivestirlo. Mi abituo ai suoi.
È un senso strano quello che mi prende, un piccolo fastidio che non me li fa calzare perfettamente; il disagio di piccole
escrescenze elettriche vitali, ancora presenti in quel cotone assolutamente sintetico, mi trasmettono l’ultimo pensiero della
guida, non impresso nemmeno nella mia memoria temporanea, già degradata: non voglio morire!
Sento quel rifiuto con i resti della mia anima animale, con la mia vera natura umana. Ho un momento di stasi, sono sotto
shock.
Che perdura.

Improvviso, il filo dell’alba all’orizzonte spezza la mia catatonia e filtra attraverso alcune fronde meno fitte delle altre,
assai rare se mi guardo intorno. Il cadavere della guida giace ad un metro da me, ricomposto nei miei vestiti; ha gli occhi
aperti e con un gesto d’estrema pietà glielo chiudo, sussurrando un piccolo congedo colmo di partecipazione. Si sta già
freddando, il mattino incipiente favorisce il processo.
Penso se lasciarlo lì o se sistemarlo, appoggiarlo addosso ad un albero. Sono spaventato perché so che ogni istante vitale
può essere estratto da un cadavere anche dopo parecchi giorni dalla sua morte; s’interpretano i residui elettrici e,
soprattutto, una mistica aurea restante che gli specialisti tecnici da riesumazione non hanno mai voluto spiegare meglio, ma
che so essere plausibile. Se scoprono lui, scoprono anche a me. Devo estinguere questa latenza, per questo mi sovviene la
consapevolezza che la guida doveva esser pronto ad un’eventualità del genere. Frugo tra le sue infinite tasche, poi ho l’idea
di consultare il database che detiene l’inventario di quell’archivio in tessuto. Ci vogliono alcuni secondi di troppo, la mia
fretta cresce di pari passo alla preoccupazione irrazionale di non fare in tempo – che cosa non dovrei fare in tempo? Me lo
domando negli istanti successivi. Frenesia.
Finalmente trovo. In una sezione di tasche interna, nel pantalone sinistro, accanto al comando per erogare piacevoli zaffate
d’aria condizionata, esiste una nicchia in cui è allocato un minuscolo gingillo elettronico esterno. Esiste anche, nel
database, una miniatura che lo mostra visivamente accanto ad un elegante datasheet in divertenti caratteri katakana-like. Il
funzionamento, capisco leggendo il breve manuale – digito mentalmente man – è semplice: basta passare più volte il
riconvertitore cellulare sulla testa, ad una distanza non superiore ai 5-6 centimetri, più volte - non meno di quattro - per
cancellare i residui elettrici che formano gli ultimi ricordi e l’eventuale aurea.
Il dispositivo è comodo, me n’assicuro prendendolo anatomicamente nel palmo della mano. La parte inferiore irradia qualche
tipo d’onde elettriche ed è proprio quella sezione che va a sfiorare il cranio della mia guida. Più volte.
Ci passo almeno dieci minuti in quest’accurata operazione, che ripeto anche più volte di quanto consigliato dal manuale
operativo. Poi, decido che è sufficiente.
Rimetto a posto l’utile tool riconvertitore e sposto il corpo verso un grande albero nei miei pressi, il più capace che
trovo. Lascio la salma lì, come se fosse seduta con la schiena appoggiata al fusto, in una posizione da sonno profondo. Poco
più in alto uno schermo incastonato nello stesso tronco trasmette momenti baluginanti di percezioni ultraterrene,
comprensibili se soltanto si ha l’aurea distorta – momento di sollievo al pensiero che tutti quegli schermi sono accessibili
soltanto in reading. Aiutandomi con i traccianti verde acido della visione notturna cancello accuratamente, con un ramoscello
lì vicino, le tracce del trascinamento verso il tronco. Do un’ultima occhiata alla scena, poi guardo l’alba che sta salendo.
Rimango fermo ad osservare la luce mutare attraverso la finestra tra le fronde. Il ricordo dei racconti letti sulla stella
del mattino. Alchimia per principianti, la mia. Devo muovermi.

La foresta è fitta, ancora. A perdita d’occhio, per quanto la possibilità di spaziare con lo sguardo sia molto limitata.
Devo sapere esattamente cosa m’aspetta, ma consultare le mappe satellitari equivarrebbe a rivelarmi. Non conosco il motivo
per cui sono qui, non so perché la guida ha voluto intraprendere questo percorso alternativo; il territorio imperiale è
troppo vasto per porsi domande sulla sua natura intrinseca, è un organismo polifunzionale, poliforme. Come le immagini che
continuano ad irradiarsi dai tronchi degli alberi, lievemente mitigate dal giorno in costante crescita. Il momento del freddo
acuto è ormai alle spalle, le ombre sono mutate in oggetti delineati e difficilmente posso provare spavento, ora. Cammino in
linea sparsa, cercando sempre di seguire la direzione nord. Il perché, lo sapeva lui.
Nel mentre che avanzo sono incuriosito dalla lista di oggetti presenti nel database della guida: sequenze ininterrotte di
plug-in esterni che assumono significati diversi in base al contesto in cui vengono usati; sembra una sorta di alfabeto in
grado di comporre un’infinità di parole, il lessico completo di un universo tecnologico denso di piccoli spettri autoctoni,
piccoli demoni che vanno avviati o sospesi e che, a volte, reagiscono del tutto spontaneamente a comandi di ordine causale.
Sono stupito anche dalla gran quantità d’oggetti allocata nei vestiti della guida. Essi – molti - hanno anche peculiarità
multiverso, non hanno un solo lato d’entrata e d’uscita. Al tatto, tutte le tasche dei vestiti mi appaiono escrescenze
malate, danno spessore tecnologico, una vita aggiuntiva a quella che sento pulsare dentro di me.
I simboli imperiali si fanno nitidi anche in questo fitto groviglio organico. Comincio a notarne molti, sparsi in un
apparente disordine che contribuisce a districare la ragnatela disorientante in cui sono incappato. Riconosco presto i
BitMiliari, pietre conduttive a cui è possibile connettersi per ottenere informazioni viarie. Accanto a questi BitMiliari
esistono piccole gabbie di Faraday, comodi accumulatori tenuti in tensione dall’energia biochimica ricavata dal ciclo
clorofilliano, molto utili nel caso in cui si abbia bisogno di una fonte energetica d’emergenza per le proprie protesi.
Completa la definizione della terna imperiale standard l’esistenza di un punto d’ingresso nella rete civica statale.
Quest’ultimo è utilizzato ogni volta si voglia consultare la burocrazia amministrativa pubblica; il ramo burocratico è tenuto
rigorosamente fuori della giurisdizione delle altre reti connettive, l’Imperatore ha saggiamente deciso che ciò che è sotto
il suo diretto controllo deve seguire percorsi dedicati. E, infatti, ogni volta che generalmente mi capita di osservare con
attenzione scopro il punto d’ingresso - schermato - della rete imperiale. I sigilli olografici apposti all’ingresso dei dati
visualizzano sullo schermo craniale dell’utente una serie di parametri invasivi, in grado di leggere ogni informazione
depositata nelle proprie navigazioni precedenti.

Riesco a dominare la necessità di connettermi – qualcosa che incide sulla mia volontà, una sorta di bisogno istintivo – so
bene che se lo facessi sarei ricondotto immediatamente entro i confini dell’Impero. Posso sempre, però, aderire fisicamente
al percorso che i BitMiliari seguono, avere così un’idea della mappatura del territorio.
È ormai mattino presto. Giorno fatto. La luce che mi colpisce è forte e il pensiero del traghettatore accasciato dietro di
me, da qualche parte ormai, mi fa rivivere i passaggi spettrali della notte appena trascorsa. L’eco degli sciabordii che
proviene dai miei ricordi mi lascia ancora i brividi addosso - quei momenti in cui la potenza notturna si alzava e sembrava
avvolgermi modificano le mie condizioni basali.
Cammino. Non posso far altro.
Finalmente la foresta sembra diradarsi; un accenno di luce più intensa s’infiltra sempre più spesso dai rovi e,
contemporaneamente, la stessa luce solare la percepisco con uno spettro cromatico diverso: è verdina, sembra avvolgermi in un
tiepido coacervo di messaggi sottesi. Provo una vertigine in grado di togliere il fiato. Ogni volta che mi accorgo di questa
peculiarità cromatica sono percorso da brividi che salgono da ogni punto della mia pelle fino alla sommità del capo; i
brividi sembrano chiudere l’epiglottide, socchiudere le palpebre e smorzare l’intensità del mio respiro. Vivo istanti
dimenticati, ne sono sicuro, anche se non so ancora quali. Faccio parte di un impero, ma l’osservazione che sorge istintiva
dai profondi recessi della mia anima – ho un’anima, me lo ripeto continuamente da un po’ di tempo a questa parte – è che di
imperi, nella storia umana, ce ne sono stati a decine, innumerevoli.
Perché sono ossessionato, quindi, da questo Stato? Forse perché ci vivo?
Ho sempre amato le vicende degli abnormi organismi giuridici imperiali. Mi hanno sempre interessato i mostruosi
assem-bramenti d’anime, di pensieri e d’interessi che si sono mossi dentro e fuori tali entità politiche.
Cammino, meccanicamente. Mi accorgo che oltre i tronchi posso intravedere la pianura. Sembra un’enorme distesa incolta, forse
una palude disabitata. Ad occhio valuto che in pochi minuti potrei esser fuori dalla distesa boscosa ma, penso con
circospezione, prima di uscire devo essere certo di avere pronto un piano che non mi renda visibile al discernimento del
satellite.
Conosco la risposta. È la notte la mia unica alleata, come lo era nei secoli precedenti per i fuggiaschi, come lo è stata da
sempre per l’uomo nei millenni che mi hanno preceduto. È appena giorno ma devo aspettare le tenebre.
Cerco un posto dove accamparmi in queste ore d’attesa. Posso esaminare attentamente le protesi tecnologiche infilate nel mio
vestiario. Il silenzio assoluto comincia a pesarmi.

Tutte le strip di Florian le potete leggere collegandovi al nostro
archivio strip.
Conettivismo è una visione, una percezione, una sensibilità e attitudine rivolta tanto al futuro quanto al passato,
consapevolmente certa che la cortina delle illusioni in cui siamo immersi sia da stracciare, da penetrare così da riconoscere
la trama che si cela dietro alla cortina delle sensazioni fisiche. Connettivismo è un anelito verso il superamento dei
limiti biologici, tutti, così da permettere la liberazione della coscienza; ciò, al momento, non può avvenire se non
tramite la tecnologia, e così tramite la tecnologia si può teorizzare l'abbandono del corpo testè potenziato. L’Iterazione
continua su:
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